2003: La Pazza Vita.

di Carlo Russo

(Traduzione di Pia La Rocca e Carlo Russo)


Qual è la cosa peggiore che potrebbe accadere
durante la più grande festa della città?



La prima Notte Bianca di Roma si pensava che avrebbe battuto la messa di Natale del Papa, attraendo le folle. La festa del 27 settembre—basata sulla popolare Nuit Blanche di Parigi—era stata promossa come la notte in cui la Città Eterna avrebbe festeggiato fino all'alba. Tutti i monumenti, i musei, le chiese, i teatri, i cinema, i negozi ed i ristoranti avrebbero lasciato aperte le porte ai celebranti, mentre i concerti sarebbero sorti in ogni piazza come le fontane del Bernini.

Questo faceva notizia perfino in una città in cui la dolce vita è vissuta fino alle ore piccole prima di un giorno di lavoro. La mia strategia sarebbe stata dormire tutto il pomeriggio sulla spiaggia, siccome la grande quantità di vino bianco e di sole mi fanno crollare velocemente. Essendo un sabato afoso, il treno era affolato di turisti che andavano verso i litorali Ostiensi, però io ho continuato per la fermata di Castel Fusano. Le spiagge lì sono più economiche (sì, si deve sempre pagare per un lenzuolino di sabbia) e piacevolmente libere dai miei connazionali americani.

Entro le nove di quella sera i pietrini delle strade erano coperti da pedoni, facendo esibire ai guidatori la forma italiana di road rage: spingendosi in avanti con rabbia silenziosa. Le persone si piegavano sopra i loro libretti azzurri della manifestazione, litigando sulle centinaia di eventi da vedere. L'aria era umida e carica di eccitamento. Un negozio di tappeti, del tipo che non vedete mai aperto, era illuminato e pieno di impiegati sorridenti che distribuivano bicchieri gratuiti di vino alle masse grate.

Evitando il Colosseo, che richiede una difficile prenotazione, ho cominciato la serata con una rappresentazione all'aperto dell'Atto III di Giulio Cesare di Shakespeare. Migliaia di persone erano scese in Piazza Argentina, che è situata sopra uno scavo di colonne di 2000 anni fa. L'allestimento dello spettacolo era perfetto, se si considera che l'imperatore era stato assassinato a pochi isolati di distanza, ma gli attori indossavano nero bohemio e leggevano i testi dagli stand di musica. Si voleva fasto! Si volevano toghe! E c'era proprio qualcosa di strano nel sentire il Poeta in una lingua straniera ("Amici, Romani, connazionali...").

La mia occasione di vedere gli schizzi di Michelangelo ha richiesto lo stare in piede in un'anticamera affolata al Museo Nazionale di Palazzo Venezia—un'esperienza soffocante come quella di prendere l'autobus numero 64 che attraversa la città durante le ore di punta. Non appena il nostro gruppo di venti stranieri è entrato, abbiamo sospirato nel buio silenzio delle gallerie climatizzate. Gli schizzi dell'uomo del Rinascimento brillavano come gioielli sotto vetro. Alcuni nudi sensazionali in chiaroscuro, che ricordavano Robert Crumb, erano accanto agli studi della Cappella Sistina, della Basilica di San Pietro e molti altri capolavori.

Nonostanto non ci fosse spazio non sufficiente per bere una gigantesca Peroni, mi sono infilato nell'adiacente Piazza Venezia, forse la zona più sublime costruita da Michelangelo. Non soltanto la grande scalinata accoglieva un mare di gente, muovendosi su e giù per tutta la sua lunghezza, ma i gradini erano anche serviti come schermo, per proiettare immagini di anatre e persone in volo.

Adesso il Surrealismo: ho conquistato il Complesso del Vittoriano, un museo a molti livelli che presentava una mostra di Fellini. Lo stravaganto tributo al Maestro morto della celluloide presentava i suoi bozzetti fatti su tovaglioli, sequenze di film apparivano in tutte le direzioni, e puntelli da scene stampate nella mente di ogni cinefile: una statua di Cristo vista prima sospesa da un'elicottero, paramenti sacri con paillettes da una lasciva sfilata di moda Vaticana.

Per rimanere sveglio, mi sono spinto in un bar gremito per un espresso, prima di uscire verso l'elusivo Palazzo Farnese. Ora è la sede dell'Ambasciata Francese, ma non si possono vedere gli affreschi del Carracci del XIV secolo (sempre paragonati a quelli della Cappella Sistina) a meno che non si abbia sangue blu, o si abbia prenotato nel 1998. Durante La Notte Bianca, però, tutti erano benvenuti. Purtroppo, tutti erano venuti lì, e non ne potevo più di file.

Le cose stavano diventando sciatte nel vicino Campo dei Fiori. Di giorno un mercato antico, di notte una macelleria di giovani, e quella sera un parco giochi per ubriachi, con poltrone enormi come parte di un salone di DJ. Avevo resistito all'impulso di saltare sui mobili accanto ai ragazzi danneggiati da prodotti chimici.

Era quella una goccia di pioggia? Nessuno aveva previsto il diluvio che si sarebbe scatenato alle tre di mattina. Un milione e mezzo di celebranti sono fuggiti subito verso bar, chioschi e colonnati. Per fortuna ero vicino al mio appartamento, di fronte al Campo, e sono di nuovo uscito con un ombrello e una nuova bottiglia di vino.

L'acquazzone aveva infradiciato le anime maledette che battevano sugli autobus troppo stracolmi per fermarsi. Alle 3:35 un forte scoppio fu sentito e tutto diventò buio. Esplosioni di applausi, poi grida, seguite dal fracassarsi di bottiglie. Il pandemonio prese il sopravvento. Gli hooligan insultavano le macchine della polizia.

Alcune persone si erano divertite con lo storico blackout d'Italia, cercando rifugio in bar che servivano bibite a lume di candela. Migliaia erano incagliate nella metropolitana, oppure avevano passato la notte nelle stazioni ferroviarie. Io, avevo avuto più fortuna. Toccando con le dita lungo il muro sui cinque piani di una scalinata a spirale nel vuoto più buio, tastando la serratura della chiave, ero alla fine sprofondato nel letto la mattina dopo che La Notte Bianca era diventata nera.




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